LAURENTINO 38
Corriere della Sera
Simona De Santis
29 novembre 2010
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DAL QUADRARO A LAURENTINO 38 – Un’operazione di pasoliniana memoria, realizzata però con l’ausilio delle nuove tecnologie: webcam e montaggi veloci. Un po’ cinema, un po’ citizen journalism con un effetto verità che spiazza. È il caso del corto realizzato da Andrea Falbo, classe 1979, sulla storia (e i nodi irrisolti) del Laurentino 38, quartiere periferico tristemente noto per il degrado e i mai completati progetti di risanamento.
Attraverso l’uso intelligente dello split screen (lo schermo frazionato in diverse inquadrature) l’autore esplora il quartiere, illustrandone al tempo stesso luoghi e abitanti. «Si doveva chiamare Consorzio Cooperative Eur Ostiense il quartiere – dice il primo intervistato nel cortometraggio di Falbo – Invece ha preso il nome della particella catastale: Laurentino 38». Storia e storie si intrecciano: gli sfratti, i Ponti del Laurentino che dovevano ospitare negozi e uffici e, invece, sono diventati negli anni rifugio per disperati; gli abbattimenti.
«LA GENTE E’ TUTTA UGUALE» – «Il quartiere ha una brutta fama? – commenta una signora – Non è così, la gente è tutta uguale». Le zone di degrado, però, permangono e i mezzi pubblici latitano. «Ci si mette meno da Ostia al centro – sottolinea un’altro degli intervistati – che da casa mia alla stazione Laurentina». Attese lunghe, da 45 minuti (minimo) e più. «Non passano mai, eppoi li vedi due in sequenza: vuoti»: vero, alzi la mano chi non ha mai assistito a questa scena.
«Certo, col tempo, la situazione è migliorata». Andrea Falbo scherza: «Mamma, se dici male del Comune non mi fanno vincere». Tranquillo, Andrea, ironia e intelligenza bastano per presentare un bel lavoro. Se poi si aggiungono, anche, le rettifiche finali (simpatica strategia) il gioco è fatto. Rettifiche: «Sui Ponti del Laurentino, in effetti, qualche centro commerciale c’è. Il Comune qualcosa in effetti l’ha fatta, lentamente e magari non alla perfezione, ma le cose si muovono… In un modo o nell’altro (più spesso nell’altro)». Il finale: poetico. Guardare per credere.
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fonte: Corriere della Sera - Simona De Santis - 29 novembre 2010




